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Il racconto della mia maratona

Scritto da Gianluigi Festa. Posted in Racconti di gara e non...

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Pensieri, sogni paure e speranze, lunghe e lungo 42 km e 195 metri: il racconto di una maratona.

L’uomo dei palloncini rossi.

Da bambino inseguivo i palloncini, anche quando, per sfortuna, disattenzione, o sortilegio, improvvisamente si staccavano da una piccola mano e si libravano alti nel cielo. Speravo di tenerlo con lo sguardo ancora vicino, inseguendolo con gli occhi, fino a quando non scompariva nell’orizzonte celeste, libero ed irraggiungibile.

Ancora oggi, ogni tanto, con lo sguardo mi capita di inseguire palloncini evasi e la loro fuga verso la libertà celeste. Ogni volta ritorno un po’ bambino chiedendomi le stesse cose che mi chiedevo allora: dove finiranno quei palloncini? Tra le mani di un angioletto viziato, tra le tre dita di un piccolo extraterreste, oppure continueranno curiosi il loro viaggio senza fine verso l’infinito?

Chissà.

17 marzo 2013: un bambino di quasi 44 anni torna ad inseguire dei palloncini.

La mia prima maratona…incredibile. Incredibile per uno che circa dieci anni fa aveva deciso di lasciar perdere il podismo definitivamente, per overdose di dolori e perché nella vita ogni tanto è giusto rallentare per vedere meglio le cose importanti, un paesaggio, o ascoltare quello che il cuore ha da sussurrarti anche battendo più lentamente.

Dopo anni di campionati italiani, cross, pista, medaglie e sconfitte, non avevo più voglia di guardare il cronometro o di cercare di batterlo. E poi, forse, trovavo un po’ patetico continuare a provare ad essere quello che ero da ragazzo e, probabilmente, anche un po’ umiliante constatare che comunque non ci sarei riuscito.

Ma c’è qualcosa che rimane nel cuore di un atleta, una cenere che non smette di ardere. Chiamale se vuoi emozioni, o meglio passione. Io e Chiara ci siamo conosciuti su una pista di atletica. Il nostro mondo è uscito poi al di fuori della sesta corsia di una pista, ma in fondo l’amore per quello sport non ci ha mai abbandonato. Conoscere i ragazzi della Cat Sport fu decisivo per il nostro ritorno. Un salto al negozio per un po’ di informazioni, su suggerimento di un nostro vicino podista e fu come un ritorno a casa. Ci sentimmo subito come in una famiglia. Tommaso con la sua simpatia, affettuosità ed ospitalità fu il nostro Virgilio verso un ritorno alle gare…il Mille di Miguel…

In questi anni non abbiamo partecipato a molte gare di società, però abbiamo fatto veramente tutte le specialità. Chiara ha vinto i regionali sui duecento piani e la staffetta 4x400 con le altre meravigliose e velocissime frazioniste. Inoltre, si è piazzata sempre tra le prime sei di categoria nelle Corri per il Verde e si è continuamente migliorata sulle gare su strada. Per essere una che correva da ragazza al massimo i 100 metri piani, correre da grande i 5000 in pista a cinque al km è stato un bel successo!

Io anche ho conosciuto dei ragazzi meravigliosi: i miei colleghi della 4x400 sono quasi dei fratelli ormai! E pensare che avevo giurato che mai più avrei messo chiodate e corso in pista! Poi sono tornato a fare il lungo, i 60 metri, il giavellotto e l’ora in pista! Mi sono tolto delle soddisfazioni soprattutto nelle No limits Marathon ed in alcuni Trail spacca gambe e devo molto dell’entusiasmo ritrovato grazie ad Annamaria Cardia e alla sua grande fiducia in me, come persona principalmente, ma anche come atleta. Insomma sono tornato veramente in campo e con affetto ricordo ora le prime corsette al Parco di Tor Tre Teste spingendo la carrozzina di Aurora appena nata…con soddisfazione posso dire che mi hanno visto correre tre generazioni: i miei nonni, i miei genitori ed i miei figli!

C’era una cosa che mi mancava però…correre una maratona, correrla e finirla! Pensavo, credevo, fosse un sogno destinato a rimanere tale ed invece tra i diecimila e poco più di domenica 17 marzo c’ero anche io.

Improvvisamente a metà ottobre ho pensato che ce l’avrei potuta fare. Incoraggiato dalla probabile presenza al mio fianco dei miei cognati, Andrea e Davide, di un caro amico podista dell’Atletica Rocca Priora con il quale ci eravamo ripromessi di arrivare al traguardo anche con una sola gamba e di allenarci insieme e dalla fiducia e pazienza nei miei confronti di Chiara.

Mesi di freddo, di pioggia e persino di neve. Quattro allenamenti alla settimana al massimo, dieta alla carlona, qualche gesto di solidarietà a lavoro di qualche collega che mi dava il cambio turno per farmi allenare meglio, ma soprattutto lo sguardo dolce di mia moglie quando mi vedeva tornare a casa dopo un’ora e 45’ di corsa sotto la tempesta. Volevo arrivare al traguardo, dovevo arrivare: non potevo deluderla. Certo che anche se mi fossi ritirato lei sarebbe rimasta al mio fianco, ma il desiderio di rendere orgoglioso di me mia moglie è stata una delle molle principali di quella che per me aveva il sapore di un’impresa. Più lento di un tempo, ma con la stessa perseveranza e grinta. Anche quando a causa di leggeri infortuni Davide e Andrea si sono tirati indietro e quando mi sono reso conto che combinare gli allenamenti con Luca sarebbe stato difficile.

A questo punto entra in gioco un altro protagonista di questo piccolo romanzo sportivo: Gabriele Leonelli.

Gabriele, amico di un mio collega di lavoro, a meno di tre mesi dalla gara, ragazzo sportivo, ma praticamente digiuno dell’atletica, mi si presenta dicendomi di volere delle informazioni sulla maratona, perché lui vorrebbe correrla. Conoscere lui mi ha fatto sentire meno matto!

Eppure Gabriele è stato tenace nella sua decisione e poterlo aiutare con dei piccoli consigli mi ha fatto sentire importante e smaltire la tensione che giorno dopo giorno aumentava.

Una piccola influenza, indolenzimenti vari, qualche contrattura, l’ultimo mese non era stato dei migliori, poi l’ultimo allenamento…mi sentivo benissimo, ma c’era l’incognita: non aver mai corso un trenta chilometri. Alcuni vecchi saggi del podismo scuotevano la testa, come i vecchietti dei western nel saloon che mostravano poca fiducia nel nuovo arrivato in paese preso di mira dal pistolero cattivo…ma nei film lo straniero senza nome è sicuramente buono e vince contro i malvagi… C’era da considerare che non eravamo in un film, però, e che ho una pessima mira!

Anche il mio medico di famiglia, partecipava a quello iettatorio coro greco e scuoteva la testa: la mia donazione di sangue il mese precedente…non avrei potuto recuperare tutti i globuli rossi.

Ero spacciato!

Ripensavo a quando mi dissero che ero troppo basso per correre i 400 metri: vinsi i regionali su quella distanza!

12 marzo, 13, 14, 15, 16…eravamo alla vigilia della gara.

Frenetiche telefonate tra me, Luca e Gabriele. Incoraggiamenti su Facebook, addirittura da un ex compagno di liceo che adesso vive a Miami.

Annamaria anche non si era dimenticata di incoraggiarmi. I miei figli erano un po’ preoccupati, Chiara sembrava l’unica serena e così mi sono rasserenato un po’anche io, anche se non sono riuscito a dormire molto bene.

E l’alba mi ha sorpreso già sveglio. Finiti i giochi, finita l’attesa, il giorno era finalmente arrivato. Sì finalmente, perché adesso non avevo più paura, adesso non potevo più aver paura.

L’aurora era ancora assonnata, anche il Sole è ancora sotto la coperta di nuvole candite e la Luna ancora non è rientrata a casa, ma Chiara è già in piedi per aiutarmi a preparare lo zaino.

Io andrò con Luca, loro mi raggiungeranno più tardi. Per qualche istante ripenso a noi al campo del Frascati…tanto tempo fa…mi sento felice e fortunato, nonostante lo specchietto rotto il giorno prima non prometta nulla di buono. Vedo i miei figli addormentati. I miei figli nel lettino e quello ancora invisibile se non in ecografia e penso che saranno tra qualche ora a tifare per me a bordo transenna. Con loro ci sarà ancora una volta anche mio padre e con lui, da un po’ più in alto, ma sempre vicina a frenare forse la pioggia per me, mia mamma . Mi sento più forte che mai!

Luca tarda un po’ e nonostante il tempo ci abbia concesso l’onore delle armi, regalandoci una giornata pallida, ma con il sole, dopo giornate di tregenda che hanno fatto dubitare dell’esistenza della Primavera, prendo un po’ di freddo. Ma l’ansia, riscalda.

In macchina con il mio Caronte ci sono altri due atleti del Rocca e Stefano che ci farà da semplice autista e che forse ci scorterà per qualche metro se riuscirà a superare le transenne.

I nostri compagni maratoneti di lungo corso, ci raccontano della crisi, dei crampi , dei dolori. Ci parlano di Scilla e pure di Cariddi, il muro dei 30 km. Mauro soprattutto, con quella sua aria triste di chi ne ha viste tante su tutte le strade del mondo appare sconsolato, quasi funereo. La tensione sale, anche se guardandolo, effettivamente penso che se ce l’ha fatta lui a finirla….non dovrebbe essere così improbo almeno arrivare.

Il problema è che nella mente di un’atleta per sconfiggere l’incognito, si va oltre: la paura di non terminare la gara c’è, ma io voglio arrivare in meno di quattro ore…so che posso farcela e nonostante predizioni e racconti da marinai della strada, in scarpette da running, voglio affrontare quei mostri mitologici, quei calamari giganti dai tentacoli che provocano crampi e crisi di fame e zuccheri e voglio sconfiggerli! Voglio compiere fino in fondo la mia missione!

La fortuna assiste gli audaci.

Riusciamo a parcheggiare vicino San Clemente, in quella che ai tempi dei Gladiatori era l’area di riscaldamento dei Morituri.

Gabriele ci chiama, ci diamo appuntamento sotto un fantomatico arco gonfiabile di Voltaren, che in chiave mitologico–atletica non fa tanto buon presagio!

Luca e gli altri hanno pettorali con numeri bassi, partiranno avanti a me, probabilmente prima dell’arrivo, quella è l’ultima volta che ci vediamo. Neppure riusciamo a salutarci però, finendo confusi e sperduti davanti ai bagni chimici.

Mi sento un po’ solo e abbandonato, ma poi, finalmente, incontro Gabriele.

Il mio eroe in questa giornata, comunque vada. Riuscirà la sua tenacia a sconfiggere la sua inesperienza e forse la poca preparazione?

Lo guardo negli occhi, con la sua barba da profeta di altri tempi. Proprio come un saggio del passato parla piano, pacato, ma è sicuro di sì. All’arrivo mancano quasi 43 km e una ventina di minuti prima del via, ma è convinto e convincente e già da adesso so che ce la farà.

Ci infiliamo nei cancelli di entrata. Il nostro pettorale è un vero pallottoliere, manca solo il segno della radice quadrata: non è un numero, è un manifesto con tutti i numeri del mondo. Ci ritroviamo incolonnati tra Capitan America e Cappuccetto Rosso. Cappuccetto Rosso, tra l’altro, è molto bella, ma in quel momento penso solo che non posso permettermi di arrivare dopo di lei! Ne soffrirei troppo!

“In bocca al lupo”, le vorrei sussurrare, ma passo oltre.

Si fa comunella con altri partenti. Non sembra una vera partenza. Sembra un rave, sembra uno di quei giganteschi pic-nic ai pratoni del Vivaro dove dopo un po’ ci si conosce un po’ tutti e dove dopo la grigliata scatta inesorabile la partita di calcio, di quelle assurde, interminabili e senza limiti di campo. Tutti insieme, tutti a chiacchierare, la musica alta, spensierati. Poi qualcuno inizia a raccontare della sua prima maratona, dei dolori, della crisi, della speranza di arrivare e si ritorna a terra, a quella terra che oggi dovrai calpestare per più di 42 km. E torna un po’ di paura, la percepisco anche nel sorriso meno sereno di Gabriele.Vedo il cartello che segnala 42 km…fra quante ore passerò di qui? E mancheranno ancora 195 metri! Un tuffo al cuore, l’adrenalina pompa energia, ma anche un po’ di nervosismo, adesso.

Ma quando si parte? E mentre lo penso si parte. E’ solo un intuizione per noi delle retrovie. Lo sparo è più che soffuso, ma il serpentone si muove, quel serpentone senza inizio per noi che chiudiamo la lista dei partecipanti, ma anche senza fine, perché alle spalle di Cappuccetto Rosso ci sono comunque altre centinaia di persone, altre centinaia di pettorali con numeri infiniti. Ci avviciniamo così, quasi passeggiando, quasi in processione, alla riga di partenza. Gabriele mi mette una mano sulla spalla e mi sussurra: “Gi’, tu ce la devi fare!”

“Ce la faremo tutti e due!” gli rispondo, e stavolta sono io quello sicuro, quello sereno. Metto il piede sull’asse di partenza, il cronometro parte, “Daje Gabriè”, è iniziata la maratona.

Non voglio strafare, ma cerco di superare più persone possibile in quei primi cento metri, anche Capitan America e i Sette Samurai vengono in breve tempo raggiunti e superati.

I passi corrono veloce sul pavè così come lo sguardo nella folla: cerco mia moglie, cerco i miei figli, se non hanno trovato troppi intoppi ci vedremo a Piazza Venezia. Ed ecco l’altare della Patria. Ricordo per un istante con infinita tristezza un lungo corteo di persone silenziose pochi giorni dopo la strage di Nassirya. Sensazioni così diverse ora su quella stessa piazza nel cuore di Roma, tante persone per strada, festanti ad incitarci. Non sono lì per qualcuno che si affaccia ad un balconcino ma per noi, noi primi, noi ultimi, noi coraggiosi, noi folli.

Tante persone, ma non ho visto Chiara, non ho visto Aurora, Francesco, mio padre. Chissà se c’erano, chissà se loro hanno visto me.

Il serpentone si arrampica sulla salitella che costeggia l’Ara Coeli, poi una piccola discesa, il Teatro di Marcello e…Chiara con i bambini! Sento il loro incitamento e mi sento leggero, mentre supero una trentina di avversari.

Non devo forzare, penso dentro di me. Mi sembra di andare troppo piano, però. Dei palloncini rossi, quelli con il Pacemaker che porta tutti sotto le 3 ore e 50’, nessuna traccia. Supero quelli con il palloncino bianco e poi quelli con i palloncini rosa, siamo già alla Piramide, fra poco arriveremo ai dieci km.

Ai cinque km mi sono preso un tempo strano: meno di 27 minuti…troppo forte, troppo piano? Mi sento così bene, ma non accelero, vado col gruppone. Poi lo vedo, sì lo vedo, è proprio lui: Luca e gli altri due ragazzi del Rocca Priora!

Lo ho ripreso! Penso, mentre quasi ci abbracciamo, che forse allora sono andato troppo forte, ma dopo poco meno di due km, il passo mi sembra veramente troppo lento.

Qualcuno dice di intravedere i palloncini rossi…a me appaiono ancora invisibili, e mentre cerco con lo sguardo, le gambe vanno via da sole e Luca scompare dietro di me.

Penso ai 30 km mai fatti, penso agli allenamenti con Davide e Andrea, le salite ai pratoni del Vivaro, il fondo che mi manca, penso alla donazione di sangue così vicina alla gara, alla profezia tragica del mio caro dottore….penso, penso troppo! E forse adesso sto correndo un po’ troppo.

E mentre rifletto sul fatto di aver staccato Luca invece di continuare con lui, un raggio di sole e di speranza riempie il mio orizzonte di schiene correnti e di nuche da superare. Lo distinguo dalla maglia, dal suo modo di correre e poi dalla sua voce: De Fabiis!

Il mio compagno di 4x 400. Quante volte ci siamo scambiati il testimone in questi anni di improvvisazioni e ritorni in pista? Anche con lui c’è quasi un abbraccio.

Mi presenta il fratello ed un altro collega atleta della Cat. Sto in un gruppo di maratoneti veri! Incredibile, tengo il loro passo!

La paura scompare, come quando corriamo i 400 in pista: io e De Fabiis siamo una squadra!

Sul Lungotevere appare improvvisamente una macchia rossa: Davide, fratellone, per stazza non per età, eccolo lì che mi corre accanto. Mi si riscalda il cuore. Ha scavalcato transenne umane ed ora mi incita correndo a pochi centimetri da me.

“Ti vedo bene”, mi dice (ed io gli credo, perché è convincente), “poco più avanti ci sono Chiara ed i bambini!” Mi avverte. Ed è un doping naturale, un infuso di energia, quella notizia. E poi li vedo, Chiara, Aurora, Francesco, c’è pure Saretta, la nipotina mezzofondista! Mi sembra di volare ed è un dispiacere essere così veloce adesso, perché scompaiono troppo rapidamente tra la gente che urla.

Ancora qualche chilometro di pavè ed i miei amici maratoneti, mi incoraggiano, mi danno consigli, ci raccontiamo storie di corse e di vita. Si complimentano del terzo figlio in arrivo ed arriviamo insieme a Via Lepanto. Vediamo di tutto: uno che al ventesimo chilometro tenta l’approccio con una ragazza carina, che però va molto più veloce di lui, un altro con il volto da Rocky Balboa all’ultimo round che viene fermato dai medici di giuria, altri due che discutono di politica. Tanti tifosi per la strada. Sono tutti lì, stranieri, italiani, romani, per Papa Francesco, ma non disdegnano di fermarsi a urlarci il loro incoraggiamento ed i loro applausi. Soprattutto i tifosi spagnoli sono carini ed espansivi: “Animo!”, gridano entusiasti. E sono uno spettacolo in quel palcoscenico dalle quinte immense, di sport, colori e gente in movimento.

De Fabiis continua ad incitarmi ed io ad incitare lui.

Le gambe vanno benissimo, solo dei piccoli fastidi.

Penso ai crampi, penso a contratture improvvise, ma non riesco a non pensare che mi sento anche benissimo.

25° km…il mio lungo più lungo è finito lì…invece adesso sono a poco più di metà gara.

Ma sto bene.

Sto bene.

Sto bene, non aver paura, mi dico.

E non ho paura.

Siamo quasi al trentesimo. Arriverà la crisi?

Mangio arance, zollette, bevo acqua ed integratori, fa freddo, molto freddo. Il Tevere ci accoglie così, mentre in lontananza si inizia a scorgere lo Stadio Olimpico, con un ponentino siberiano.

Improvvisamente mi accorgo di aver allungato il passo. Se c’è crisi al trentesimo voglio scoprirlo, evidentemente, il prima possibile.

Mi volto e De Fabiis e gli altri non ci sono più.

Il testimone, l’ultima frazione. Ora sono solo con la mia fatica. Comincia un'altra gara.

Ora comincia un'altra storia.

Dovrei rallentare, aspettarli, dare retta all’esperienza e alla ragione…ma non do retta a questi pensieri, continuo ad andare avanti senza paura e forse con un po’ di incoscienza.

Una curva e riconosco i genitori e la sorella di Gabriele che come in un gioco da tavolo si sono spostati di casella in casella per trovare luoghi adatti e strategici per incitare il figlio.

Ma incitano anche me adesso. “Daje Gabriè”, sussurro ancora.

Ecco il muro, ecco il cartello dei trenta.

Come per le Colonne d’Ercole, superatele finisce il mondo?

Una leggenda ed io voglio sfatare anche questo tabù. Supero il cartello, un metro, due metri, 100 metri…non è finita: continuo a correre, continuo ad andare avanti!

E mentre penso questo, il mio entusiasmo si rafforza vedendo delle maglie azzurre che scavalcano le transenne. Un gruppetto di Atleti del Rocca!

Mi riconoscono e fanno casino, poi, capitanati dal Presidente Marco e da Stefano, il nostro traghettatore fino a Roma, cominciano a corrermi accanto.

Marco conferma la mia sensazione: “ A Gi’, stai benissimo, ammazza come corri bene!”

Mi chiedono di Luca, li informo che lo ho superato, ma che dovrebbe essere poco dietro.

Decidono di tornare sui loro passi e di andare a cercare Luca.

Io li saluto, ma Stefano improvvisamente decide di non lasciarmi solo e di scortarmi lui fino all’arrivo.

Lo ringrazio silenziosamente.

E’ un angelo in scarpe da ginnastica.

Parla, mi consiglia, mi prende i ristori, mi porta l’acqua.

Improvvisamente le gambe si fanno un po’ dure e decido di rallentare un po’. Eppure i successivi chilometri sono tutti intorno ai 5 e 20”. E’ solo la stanchezza che mi fa sembrare più lento. Almeno è quello che spero.

Una voce che mi chiama…Andrea!

L’altro fratellone: ci è sceso da Perugina per farmi il tifo!

Lo sapevo che non mi avrebbe lasciato solo e in fondo lui è tutto oggi che corre con me, anche se solo spiritualmente. Maledetto infortunio che lo ha bloccato! Sarebbe con me adesso, ma è con me adesso!

Daniele, l’altro nipote, mi corre accanto dall’altra parte della transenna. Se fossi meno stanco mi commuoverei.

Ci salutiamo e penso che non posso non farcela, non posso deludere chi mi vuol bene, non posso deludere me stesso!

Nel sottopassaggio dopo Porta Portese riprendo vigore.

La mia sentinella che corre, mi dice di non mollare.

Ed io non mollo.

Mi sembra che nessuno mi superi. Io invece passo centinaia di persone. Per qualche istante mi accodo ad una ragazza bellissima. Credo svedese o finlandese. Veramente bella come un’attrice!

Poi mi sento in colpa a fare così il succhiaruote e così appiccicato al suo bel di dietro non vorrei dare adito a supposizioni sbagliate, soprattutto mi dà noia pensare di essere battuto pure da una modella. La supero, mentre come uno sfondatore di rugby Stefano continua a farmi strada e a portarmi zollette ed acqua.

Siamo a Piazza del Popolo.

Un altro atleta con la maglia della Cat si ferma perentoriamente di fronte a me.

Istintivamente lo prendo per mano e gli dico di reagire.

Lui mi guarda con occhi spenti. Non ne ha più.

Razionalmente penso che la crisi è veramente infame, che non sono ancora al sicuro da lei, anche se manca poco, o almeno credo.

Passo accanto a monumenti fantastici, ma a stento riconosco Piazza Navona. Sono lucido, ma concentrato. Mi sembra di aver rallentato un po’, ma poi mi accorgo che invece l’ultimo mille lo ho corso a meno di cinque.

Finire la maratona, finirla in meno di cinque ore.

34 km….e daje…ma 42 meno 34…8km…ancora? Non contando i 195m finali!

Per un attimo mi sembra impossibile correre per altri 8 km!

Poi nuovamente una voce ed un viso amico: ancora Davide. Riprendo entusiasmo!

“Dai il cinque ai tuoi figli, se no ci rimangono male, sono un po’ più avanti!” Mi urla rimanendo un po’ indietro.

E li vedo subito dopo.

Sento le manine di Aurora, Francesco e Sara che toccano la mia, sento gli incoraggiamenti di Chiara e nuovamente quella sensazione che niente può essere impossibile oggi, e sono già a meno di sette chilometri dall’arrivo!

Stefano ancora mi fa da scudiero.

Continuo a superare e a fare conti per non pensare alla fatica che ora bussa sulle caviglie e sulle ginocchia.

Quattro all’arrivo, quattro….il tempo generale mi dice 3 ore e 19’, e poi ho i tre minuti da recuperare in real time….se non scoppio è fatta. Posso andare anche a 9 al chilometro adesso!

Supero uno vestito da antico romano e mi chiedo come possa essermi stato davanti per così tanti chilometri uno conciato così.

Passo nuovamente la salitella che porta al teatro di Marcello dopo Piazza Venezia, stavolta mi pesa un po’ di più, ma manca poco….poco!

Neanche mi accorgo del ristoro della Cat Sport, ma Stefano mi porta ancora l’acqua.

Ecco via dei Cerchi.

Ecco il gonfiabile ad arco….due chilometri…

Ecco ancora loro: Chiara, Francesco e Aurora! Già sono arrivati lì per farmi il tifo! Ma quanto hanno corso?

Francesco mi corre incontro con una bottiglietta di integratore.

“Dai papà”, mi urla correndomi vicino.

Per qualche metro va più veloce di me!

“Forza, forza ultimo chilometro!”, dice Chiara, sottraendo un seicento metri alla verità, ma sono nuovamente leggero.

Giro la curva, ecco il vero cartello dell’ultimo chilometro…una voce che urla: “Forza Gigi, ultimo chilometro!”Non lo vedo ma lo riconosco: papà.

Stefano mi dice ancora che sono fortissimo.

Io supero altre decine di corridori, mi viene difficile pensarli come avversari dopo quasi 42 km corsi insieme. Stefano in cima alla salita viene bloccato da un vigilantes, fa ancora in tempo ad urlarmi che è fatta e che sono forte. Si ferma, la guest star di questo film sportivo dal lieto fine, ma lo porterò nel cuore fino al traguardo! Grazie Stefano.

Ecco il rettilineo, già intravedo il cartello del 42 km e mi ripenso lì quasi quattro ore prima, insieme a Gabriele.

“Non faccio nessuna volata…arrivo facile in scioltezza, quasi in defaticamento”, mi suggerisco.

Mi convinco, ma intanto supero ancora.

Ultimi 195 metri…incredibile quel rettilineo…e solo allora li vedo: i palloncini rossi!

Non è una vera volata, diciamo “una volata al rallenty”, comunque guadagno metri, tanti in pochi passi. Ed arrivo sul traguardo insieme all’uomo con i palloncini!

3h 45, 01” recita il display con il tempo!

Ce l’ho fatta! E poi ho il real time che limerà almeno tre minuti!

Mi mettono la medaglia al collo, mi coprono con il lenzuolino di domopack. Solo adesso le gambe si arrendono ai dolori. Ma come ho fatto ad arrivare con le gambe così malridotte?

Le ginocchia ora mi paiono esplodere.

Ma sono felice. Mentre penso a tutto e a niente.

A Luca, a Gabriele, ai De Fabiis, a Stefano, ai miei.

All’ultimo chilometro rincontro mia moglie, i miei figli, mio padre. Per qualche istante sento che c’è pure mamma da lassù che mi applaude. E mi sento un vincitore, il più forte di tutti. Sono felice e piango.

Alla fine per qualche errore il real time non mi scalerà neppure un secondo, in tre minuti c’erano più di trecento posizioni ed un tempo migliore, ma in fondo mi importa poco. Gabriele è arrivato al traguardo. Luca è sceso sotto le quattro ore. Io ho un debito con Stefano e un giorno sarò io a tirarlo in una gara.

E magari il prossimo anno correrò insieme a Davide ed Andrea.

Ma adesso è presto.

Adesso è tempo di dediche. Grazie Chiara, grazie Aurora, grazie Francesco, grazie Bimbo, grazie papà…è per voi che ce l’ho fatta!

Senza mia moglie in particolare, nessuna strada, lunga o corta avrebbe mai una direzione sensata per me.

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